Parole migranti, parole profughe, ma mai clandestine.

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Questa lettera l’ha ricevuta uno di noi un anno fa (la storia si riferisce a qualche anno prima) in occasione di un progetto di teatro sociale, il Festival In&Out, in corso proprio adesso, alla 5° edizione.

E visto che oggi è la giornata del profugo, la condividiamo con voi.

“Cari Cavalieri Erranti,

io vi conosco da poco, pochissimo.
Un mesetto fa, chiacchierando nel parco, ho saputo del vostro arrivo.
Mi sono informato un po’ e da subito mi siete stati simpatici.
Anzi, mi siete proprio piaciuti e non vedevo l’ora di conoscervi.

Poi, purtroppo, non sono potuto restare; la vita a volte ti permette di scegliere, altre volte no. Questa è una volta no. E per questo vi scrivo questa lettera.
Mi chiamo Anam e sono nato in quella parte della terra chiamata Terzo Mondo, anche se dovrebbe chiamarsi Primo, visto che è lì che è nato il genere umano. Sì, l’Africa.
Sono Africano.
Di dove?
In Africa era importante, qui no.
Qualche anno fa, all’età di venticinque, decisi di partire, di lasciare il mio paese, la mia gente, il mio popolo, i miei affetti, la mia famiglia, la mia cultura, insomma… lasciare tutto, come tante altre persone africane.
Perché?
Per sete.
Oppure per fame.
O forse per la guerra, per una dittatura, per una oligarchia, per mancanza di lavoro, mancanza di opportunità…
Ma cosa importa perché?
Anche fosse solo perché voglio vedere il mondo?
Non posso?
Perché?
Ho attraversato deserti in cui ho visto morire di sete e di stenti, ho attraversato guerre, ho subito vessazioni e violenze, ho corrotto per passare, ho viaggiato su di una barca.
Quella mattina il mare era liscio come l’olio. Mi sono detto: perfetto.
Il tempo non cambiò, fummo fortunati, ma, anche con il tempo migliore, lo senti tutto il viaggio.
Hai paura di morire, di annegare, di non arrivare, sei stipato in un gioco di incastri per cui se qualcuno si muove si muovono tutti.
Qualcuno sta facendo la seconda attraversata. E gira voce che l’accoglienza non è bella.
E’ una situazione critica, si fa presto a diventare nervosi.
Lampedusa in lontananza, ci siamo abbracciati, era finita, eravamo salvi.
Appena arrivati siamo stati messi subito su di un pulmann e ci hanno portati nel centro di Accoglienza, anche se di accogliente non c’era molto: tutto recintato, pieno di lavoratori del centro, di persone di Save The Children, Unhcr, Oim, altri di Arci, di Medici senza Frontiere e altri ancora, ma soprattutto tanti uomini in divisa e armati. Ci hanno fatto scendere, ci hanno messo prima a sedere, poi in piedi in fila, siamo entrati dentro ad una stanza, ci siamo denudati, siamo stati completamente controllati e poi schedati. E, alla fine, ci hanno dato un tesserino a testa con il proprio numero identificativo. Poi ci hanno messo dentro ad un altro recinto, sempre dentro al campo, un recinto nel recinto, insomma un recinto alla seconda, dove dentro c’erano solo migranti dall’Africa. Tutti gli accolti e gli accoglienti conoscono quel luogo come “Il Gabbio”. Poco pulito, materassi di gommapiuma ormai distrutti, acqua scarsa, come il sapone e come tutto il resto. Può anche andare peggio. Può mancare tutto. Non ti trattano proprio bene. Certo, ci sono delle brave persone, ma comunque stiamo sempre parlando di un luogo disumano. Dovresti star lì massimo 48 ore, ma spesso e volentieri da accoglienza, quella diventa permanenza senza tempo in una prigione in mezzo ad un mare così bello, anche se non lo vedi mai, ma così bello che Modugno definì quell’isola… La piscina di Dio.
Poi vieni trasferito, mi trovai dopo alcune tappe, dentro ad un CIE.
Un altro luogo identico. Una prigione.
Io sono arrivato e sono stato messo in prigione. Perché?
Cosa ho fatto?
Sono una brava persona, certo sono un ragazzo, ma non sono violento.
Voglio solo poter lavorare, inserirmi, contribuire a questo paese.
Ma in Italia è difficile.
Ovviamente è pieno di belle persone, io ne incontro continuamente, ma sono una minoranza. E le altre? O non si vedono, o son nascoste, o non escono, oppure non ci sono.
In Italia non importa chi sono, da dove vengo, perché, cosa provo…
In Italia sono lo straniero, sono il diverso, sono strano, sono pericoloso, sono invasore, porto malattie, tolgo lavoro, rubo, molesto, violento, distruggo e poi uccido in nome di Dio.
Certo, queste sono mie personalissime emozioni e quindi discutibili.
Allora parliamo di Italia, limitiamoci a vedere le leggi di questo bellissimo paese.
Dura lex sed lex.
La legge dice che non sono un libero cittadino del mondo, quindi libero di viaggiarselo,
dice che sono un clandestino.
Dice che sono Illegale.
E per restare sono costretto a vagare, scappare, nascondersi.
Nascondere il mio essere, perché questo modello sociale vuole che io non esista.
Ora vi saluto.
Devo sparire di nuovo, ma non prima di abbracciarvi e di lasciarvi con un vostro articolo di due anni fa:

Gli unici clandestini sono i disumani

Clandestini per voi che avete confini, muri e pareti.

Clandestini per voi che accettate confini, muri e pareti.

Clandestini nei vostri pensieri delimitati da confini, muri e pareti.

Clandestini nei vostri pensieri di gabbie, prigioni, difesa, spari e morte.

Clandestini per la tristezza di voi, miseri dell’animo umano,

che vi aggrappate al vostro lusso di essere nati al di qua del muro,

Clandestini per la tristezza di voi, miseri dell’animo umano,

che vi aggrappate al vostro disumano diritto di prevaricazione sui vostri simili.

Per poi tentare altrettanto miseramente di addossare la vostra natura agli altri, rei di buonismo.

Gli unici Clandestini siete voi, poveri d’umanità.

Voi siete Clandestini dell’Umanità.

E non augureremo tanta violenza neppure a voi.

Sarebbe contro la natura umana.

Pace”

A questo noi ci aggiungiamo altre parole non nostre:
“Qui riposa il cavaliero
ben conciato e mal errante
che portava Ronzinante
per l’uno e per l’altro sentiero.
Sancho Panza suo scudiero
giace anch’egli a lui vicino:
più fedele di un cretino
non fu al mondo mai scudiero”
E ora tocca a noi, ad ognuno di noi.
Quanti Don Chisciotte siamo disposti a veder morire?
Quanti Sancho Panza siamo disposti a veder morire?
Quanti Anam siamo disposti a veder morire?
Quanti Anam siamo disposti a sacrificare?
Quanti Anam siamo disposti ad ignorare?
A quanta ingiustizia ci siamo abituati?
Non è che siamo diventati proprio quelli che odiava Gramsci?
Non è che ci siamo davvero così involuti ad esseri indifferenti?
La banalità del male è sempre lì, in attesa della nostra indifferenza.
Pace

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